L’ho gia fatto in Consiglio Provinciale in diretta su telebelluno e voglio farlo ora anche sul Blog.
Parlo del ringraziamento alla terra bellunese, alla sua gente ed in particolare agli auronzani. Grazie per l’accoglienza e per l’opportunità data alla mia famiglia, venuta qui dal Trentino, di trovare qui le opportunità di lavoro che quella che è ora una provincia ricca allora non offriva
Nel 1953 mio padre Lionello arrivò a Longarone dalla Val di Non dove imperversava una tremenda crisi economica dovuta al crollo del mercato della seta ed alla monocoltura del gelso che dava da vivere a molte persone. Vi ricorda qualcosa? Mio padre prese in gestione un servizio di trasporto per conto delle ferrovie che aveva sede nella stazione di Longarone. Se vi capita di avere sottomano una immagine di Longarone prima del disastro date un’occhiata e vedrete due magazzini vicini a binari con una gru che serviva per scaricare le merci più pensanti. Li ho passato i primi anni della mia vita.
Nel 1954 i miei si sposarono nella bella chiesa arcipretale nel parco di Cavalese, paese di mia madre.
Quando nacqui, era il febbraio del 1956 e faceva un gran freddo, mio padre fu costretto a vendere la lambretta che serviva per le piccole consegne per pagare le spese. Soldi, come per molti a quei tempi, ne aveva pochi davvero.
A Longarone la mia famiglia ebbe prova della generosità della gente bellunese: una Domenica mattina venne a casa il direttore della locale cooperativa e offri ai miei un libretto che, come ricorderanno molto bene le persone meno giovani, serviva per poter fare la spesa anche se non si disponeva del denaro necessario. Il direttore della cooperativa si era accorto che mia madre comprava solo lo stretto indispensabile e talvolta nemmeno quello ed era venuto ad offrire il credito e la fiducia del paese a questa famiglia venuta da lontano a cercare fortuna.
Mio padre ringraziò calorosamente per la cortesia e la generosità ma dovette rifiutare l’offerta perchè non è costume della nostra famiglia fare spesa a credito, ed è una regola alla quale mio padre si è sempre attenuto anche a costo di pesanti sacrifici.
I miei però non hanno mai dimenticato il valore di quel gesto ed io sono qui a renderne testimonianza affinché non sia dimenticato.
Nel 1954 mio padre venne in Auronzo con il camion ha consegnare i vetri per la centrale di Somprade e così vide quel paese di cui aveva visto giocare la squadra di hockey a Bolzano nel 1950: Auronzo di Cadore.
Nel 1960 decise di tasferire la famiglia in Auronzo, avendo nel frattempo comprato un negozio di fiori che si trovava in via Dante, dove ora è la sala da pranzo del Red Cock pub .
Il paese, rispetto al resto della Provincia era una specie di Eldorado dove chi aveva voglia di fare e capacità, poteva fare fortuna. Ricordo che arrivammo a bordo del Leoncino OM di colore rosso e io viaggiavo seduto sul cofano motore, dentro la cabina, che era, in assenza di riscaldamento, bello calduccio. Mia sorella Marcella stava in braccio alla mamma e Carlo sarebbe nato in Auronzo nel 1965.
A molti sembrerà strano, soprattutto ai più giovani, apprendere che il Trentino ed il sud tirolo erano territori molto più poveri del nostro ma era così. Come vedete le cose possono cambiare e non sempre in meglio.
Nell’autunno del 1977 accadde che, mentre stavamo pranzando, mio padre mi chiese di decidere, riguardo al mio futuro, se volevo andare in Trentino o rimanere in Auronzo. La famiglia era infatti in procinto di rientrare in Trentino. Mio padre infatti riteneva che 30 anni di vita da migrante potevano bastare e così tornò a vivere a Terres, il paese natale, seguito dal resto della famiglia anche se mio fratello che non faceva salti mortali dalla gioia…tant’è…
Io, non servirebbe dirlo, rimasi in Auronzo a mandare avanti la baracca, decisione che presi in tre secondi durante il pranzo. A onor del vero a favore della scelta di rimanere giocò il fatto che, andando via tutta la mia famiglia, sarei rimasto solo…. Festa grande a quei tempi in cui tutti i diciottenni facevano a gara per andare via da casa. Pensate la fortuna di avere invece i genitori che se andavano. Stesso risultato con metà fatica!
Scherzi a parte devo dire a tutti gli Auronzani che li ringrazio moltissimo per aver accolto la mia famiglia prima ed il sottoscritto poi, nel migliore dei modi. Mai mi sono sentito discriminato ed ho sempre avuto buoni amici che mi hanno aiutato. Molti come e ovvio non ci sono più ma li ricordo con nostalgia come Barba Seo, Nene Lina, Alba e Alfredo, Tina con il papà e la mamma che la sera mi davano la peta bollente con il latte freddo che resta una delle cose più buone del Mondo, Milio che ricordo sempre elegante col suo cappello, Siro seidelucio che è stato una fonte inesauribile di racconti tra i quali mi sorprese il suo: chi che ha sentoi ha anche bruzuluai .
Mario il poeta col quale ho passato giornate a seguire la pubblicazione del libro di poesia dopo che battendo a macchina con due sole dita, aveva completato la bozza. Mario e Celso, le guardie che incutevano sempre un po’ di timore, ma che tenevano in ordine il paese.
Toni Marcon, Rizzetto, Vittorio, Angelo il barbiere, Gisulfo, Lolo, con le loro botteghe.
Il mio amico Carlo che rischiò di perdere un occhio durante una delle furiose battaglie a colpi di fionda. Berto che aveva il motorino col manubrio da chopper.
Dora che mi ha dato ospitalità con pazienza e che si affacciava alla finestra chiamandomi a cena come fa una mamma preoccupata.
Gerardo con il quale ho condiviso le più belle gite in montagna e che ho fatto disperare chiedendo un etto di prosciutto tutte le volte che mi accorgevo che aveva già pulito l’affettatrice. Rino che mescolava la politica con la vernice.
Italo che aveva il gusto della battuta salace ma si emozionò quella volta che lo pregai di raccontare a scuola la storia della ritirata dalla Russia che lui aveva vissuto.
Vittorio della posta per la sua cortese generosità.
Pino Rossi che mi chiamava dal rifugio col Agudo per avvertirmi che era pronto, praticamente un fratello maggiore…che nostalgia.
Potrei andare avanti e magari lo farò in futuro ma quelli che non ho citato non sono stati per me meno importanti. Di tutti conservo il ricordo e a tutti voglio dire grazie.
La vita non è solo ricordo ovviamente e così posso dire che se mi guardo intorno vedo molti visi amici e spero che le persone alle quali avessi direttamente o indirettamente provocato disagio mi perdoneranno. A tutti dico grazie.
Se Dio lo vorrà abbiamo molta strada da percorrere insieme e spero che potremo farlo in amicizia e collaborazione come una grande famiglia.
Ho trascorso il mese di settembre del 1963 a Longarone, ero ospite di una famiglia di conoscenti che per me erano più che parenti. Zia Meri e le figlie Edima, che era stata la mia bambinaia, e Luigina. La mamma era vedova e stava in casa mente Edima e Luigina lavoravano alla Faesite che si trovava in località Malcom. Ricordo che andavamo ad accompagnarle fino alla strada che scendeva ripida verso il piave, facevano i turni. Edi gestiva anche il cinema della parrocchia, quello che nel film Vajont si vede soggetto al terremoto, con la gente che scappa, pochi giorni prima del disastro. Mi ricordo bene quell’episodio perchè al cinema quella Domenica pomeriggio c’ero e fu proprio la zia Edi a portarmi in salvo.
Longarone era un paese di bambini e di nonni e così noi bambini eravamo liberi di scorrazzare tutto il giorno per la piazza del paese. La piazza dava da un lato sulla statale , verso la stazione, e c’era una scaletta ripida da cui si poteva raggiungere la stazione. Noi bambini stavamo ore a guardare le vaporiere che riempivamo d’acqua il serbatoio prima di affrontare la salita in Cadore oppure giocavamo a calcio finendo per centrare col pallone le auto, non molte per la verità, che transitavano sotto la piazza.
Scorreva così, allegramente, quel tiepido settembre del 1963. Sarebbe stato l’ultimo per quasi tutti i miei amici ma non potevamo certo preoccuparci di quello che uomini ostaggio del denaro e pronti a sacrificare migliaia di innocenti sull’altare della loro personale ricchezza stavano preparando per Longarone.
C’era un amico, un amico speciale come capita di avere, si chiamava Antonio e il suo cognome mi è tuttora, e nonostante le molte ricerche, sconosciuto. Antonio era un bambino allegro e viveva, come me, non lontano dalla chiesa, dietro l’albergo Posta. I genitori penso fossero in Germania emigranti stagionali e sarebbero tornati di li a poco. Credo abbiano avuto la fortuna di morire con la loro famiglia e penso sia andata così perchè di solito rientravamo ai primi di ottobre, quando cominciava la scuola.
Antonio aveva una pipa di terracotta, una pipa per le bolle di sapone. Bastava metterci un po’ d’acqua e sapone da bucato e soffiare….
Ricordo bene lo stupore nel vedere le bolle di sapone uscire a decine e salire al cielo con riflessi di arcobaleno.
Confesso che avrei voluto anch’io una pipa di terracotta ma la fiera era passata e di quelle pipe non se trovavano e per i regali poi si doveva aspettare Natale. Avevo già chiesto al mio Sentol , che era il capostazione di Longarone, una pipa per Natale e mi aveva suggerito di andare ogni mattina a salutare la littorina in partenza per Belluno, che poi a Natale ci avrebbe pensato lui a suggerire il regalo a Gesù bambino… Sognavo bolle di sapone tutte le notti…
Con Antonio e gli altri bambini venne il momento dei saluti, era ora di andare a scuola e così venne il papà da Auronzo a prendermi con la macchina. Ricordo che invitò la zia Meri a venire con noi in Auronzo. -Lascia sole quelle due benedette figlie che forse trovano un moroso – le disse ridendo e lei rispose che sarebbe venuta da noi a Natale che c’era la neve… Non ci saremmo più rivisti..
A zia Meri, a zia Edi, a zia Luigina, al mio amico Antonio, a tutti gli amici di cui ricordo il sorriso ma non il nome ed a tutti gli abitanti di Longarone, vittime innocenti, assassinate dagli uomini e non dalla natura, ammazzati vigliaccamente dal colonialismo rapace della pianura e dal codardo e colpevolmente irresponsabile comportamento di molti che ricoprivamo posti di responsabilità anche nel bellunese, a questi miei poveri amici, dedico la mia vita e chiedo nella preghiera di sostenermi tutti i giorni.
Tutti noi dobbiamo a loro il dovere di difendere strenuamente il nostro territorio affinché altri non debbano pagare, in quasiasi modo, per gli errori di quanti, della provincia di Belluno, vorrebbero far scempio per favorire interessi lontani.
Ciao Antonio, sono stato a Pirago per salutarti, l’altro giorno, ma di Antonio ce ne sono tanti e le foto le hanno tolte. Allora ho guardato in cielo e ho visto il tuo sorriso….e qualche bolla di sapone…
Silvano