Acqua e GSP…Basta pagare per gli errori di altri!

La società che gestisce il servizio idrico integrato in provincia di Belluno, su mandato e sotto il controllo dei Comuni, e quindi dei Sindaci, é la Gestione Servizi Pubblici, GSP.
Da pochi giorni é stato nominato un nuovo amministratore unico a cui si é demandato il compito di sistemare i conti della società che sono notoriamente in pessime condizioni essendo la GSP praticamente fallita. Il Comune di Auronzo é tra gli enti creditori della GSP, avendo dato in gestione la propria rete, sulla quale erano stati fatti costosi interventi, per i quali il Comune di Auronzo continua a pagare i relativi mutui, che dovevano essere coperti in realtà dalla GSP.
I cittadini di Auronzo pagano per il servizio idrico integrato molto più di quello che pagavano al Comune quando il servizo idrico era gestito in economia dall’Ente. Paghiamo l’acqua più o meno tre volte quel che si pagava prima dell’avvento del GSP e la pagheremo molto di più ogni anno a venire e così per molti e molti anni nel tentativo inutile di riempire la voragine creata da una legge dissennata e da una gestione ancora più dissennata.
Da anni é chiaro che il servizo idrico così come é concepito ha costi insostenibili ed é evidente che occorre mettere fine a questa tragedia che sta scaricando sui cittadini dell’intera provincia colpe non loro. Sui cittadini auronzani ancor di più, visto che oltre a pagare per il servizio si ritrovano pure creditori nei confronti della GSP per un milione e duecentocinquantamila euro, come dire…becchi e bastonati.
Trovo strano che l’ammnistrazione del Comune di Auronzo non senta la necessità di relazionare pubblicamente su di una questione che tocca gli interessi economici di tutti i cittadini.
Non parlo solo del Sindaco, che pure ha maggiori responsabilità, e nemmeno della sola maggioranza, che pure aveva promesso trasparenza, ma proprio dell’intero Consiglio Comunale Auronzano, che dovrebbe sentirsi investito della responsabilità di gestire nel modo migliore e nell’interesse del paese, una vicenda che invece ē coperta da una sorta di patto del silenzio .
Ora capisco che la minoranza che ha gestito la questione del servizio idrico fino a ieri, approvando spesso i bilanci della GSP e partecipando alle riunioni del ATO, si auguri che della cosa non si parli troppo, e lo stesso posso capire che il Sindaco, politico provinciale di lungo corso, abbia qualche motivo per stendere un velo di riserbo sulla vincendo BIM GSP che rischia di mettere in difficoltà qualche vecchio amico. Mi chiedo invece perché il vice Sindaco e i due assessori, soprattutto l’assessore al Bilancio, non facciano sentire la loro voce e reclamino, nelle sedi opportune e con gli strumenti messi disposizione dalla legge, il pagamento del debito che si é accumulato sino ad oggi. Sembra paradossale francamente che noi cittadini Auronzani si continui a pagare fior di quattrini per il servizio idrico ad una società che deve più di un milione di euro al nostro Comune e quindi a noi stessi.
Ora, l’assessore al bilancio mi diceva che se la società GSP fallisse il Comune perderebbe il denaro. Può essere, ma credo invero che quel denaro sia già perso. Intanto però sarebbe già qualcosa se i cittadini Auronzani potessero pagare l’acqua al Comune al prezzo che era in uso prima dell’avvento del Servizio idrico integrato a gestione GSP. Perlomeno eviteremo di pagare due volte per lo stesso servizio.
Mi chiedo se i nostri Amministratori intendano o meno fare qualcosa o se invece va bene a loro ed anche ai cittadini Auronzani di pagare e tacere.
Non si tratta, qui, di fare processi a chicchessia ma perlomeno di smetterla, da qui in avanti, di coprire anno dopo anno, con aumenti a progressione geometrica, il bilancio negativo di una società interamente pubblica i cui Amministratori responsabili sono stati fino a pochi giorni fa, i Sindaci del bellunese, molti dei quali hanno responsabilità evidenti in questa faccenda.
Capisco che cane non mangia cane ma almeno i nuovi amministratri, eletti da poco, prima di entrare di diritto nel club dei corresponsabili, potrebbero decidersi a fare qualcosa.
Coraggio ragazzi, in fondo si tratta solo di fare il proprio dovere.

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“quale via per la Regione Dolomiti” di Daniele Trabucco (università di Padova)

“Sono le grandi cattedrali della terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle” – John Ruskin (1819-1900).
Daniele Trabucco
daniele-trabucco

Daniele Trabucco

Sono le parole le quali uno dei più grandi scrittori e critici d’arte inglesi dell’800 esprimeva la sua meraviglia davanti alla bellezza e al fascino misterioso e provocante della montagna. Sono le parole con le quali, in questa sede così prestigiosa e autorevole (), ho deciso di iniziare questo mio intervento/relazione per rilevare come solo un’attenzione di questo tipo, come solo un modo di guardare così la montagna sono in grado non solo di farsi carico dei problemi di questi spazi, ma anche di viverli nella loro totalità e pienezza.
Qualcuno potrà osservare che, fino ad ora, non ho utilizzato l’espressione territorio, molto più consona a un giurista e a un costituzionalista: quell’elemento vitale e tangibile, proprio sia dello Stato sia delle altre persone giuridiche pubbliche, che costituisce l’oggetto di utilizzazione pubblica e privata e di sfruttamento economico, oltre che requisito per delimitare l’efficacia di una qualsivoglia fattispecie giuridica (legge, sentenza, un provvedimento amministrativo) ecc.
Anche le Regioni, dunque, quali articolazioni dell’ordinamento repubblicano ai sensi dell’art. 114, comma 1, della Costituzione, sono dotate di un territorio, inteso quale ambito in cui è esercitata l’autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria direttamente riconosciuta dalla Costituzione.
Ora, il tradizionale legame tra il diritto e il territorio si sta indebolendo, oltre che per ragioni di teoria generale, anche per la spinta centrifuga dell’economia, la quale, mentre ignora il confine storico-naturale, insegue lo spazio (di volta in volta mutevole) ove ottenere la maggiore utilità. In particolare, il territorio delle Regioni è oggi esposto alle istanze di mobilità di quei Comuni disposti (o di necessità indotti) a trovare “altrove” una disciplina di vantaggio in termini di opportunità economiche o di tutele e di garanzie. Perché, in assenza di risorse, nessun diritto (e nessuna identità) può essere efficacemente garantito. In questo modo, paradossalmente, si dimostra che l’economia diventa essa stessa, sia pure in modo affatto peculiare, un fattore aggregante e d’identificazione territoriale. Da qui la necessità di costruire, espungendo il privilegio ingiustificato e perequando gli svantaggi di partenza, un nuovo “statuto del territorio”, pena la fatale dissoluzione delle relazioni interregionali e dello stesso Stato regionale (Minnei).
Mi sembra evidente, dunque, alla luce di queste valutazioni, come il criterio adottato dall’Assemblea Costituente d’istituzione delle Regioni si riveli oggi non più sufficiente a garantire un tessuto sociale-produttivo-antropologico degno di questo nome. E i dati sull’occupazione, sul turismo, sugli investimenti nella Provincia di Belluno mi pare lo testimonino in maniera evidente (Cason). Come sapete, il problema della delimitazione territoriale delle Regioni, nel biennio ’46-‘47, era strettamente legato al modello di forma di Stato che si voleva per l’Italia (unitario, regionalistico-federalistico). Pur riconoscendo, fin dai tempi del conte di Cavour, la necessità di correlare l’uno, che si era proclamato con l’unificazione del marzo 1861, con il molteplice preesistente (si pensi ai progetti Farini-Minghetti), con riferimento a quelle che sarebbero divenute le Regioni ordinarie non fu scelto un criterio in grado di leggere le caratteristiche economiche, sociali, storiche, etniche, naturali dei territori che si andavano a delimitare e si diede luogo, in questo modo, a un’aggregazione dei territori di Province confinanti, quali erano appunto i tradizionali compartimenti statistici, a loro volta identificati sulla base di realtà artificiali come gli Stati preunitari (Minnei). Mortati, padre costituente e grande costituzionalista del secondo dopoguerra, durante i lavori dell’Assemblea aveva spinto perché fosse costituita una commissione di esperti per dare soluzione al problema dello spazio regionale, consapevole che in esso si giocava la partita dell’autonomia anche per le generazioni future.
Non possiamo permetterci di separare il diritto dalla concretezza della vita (come fa il positivismo giuridico) e immedesimarlo nella legge, perché la conseguenza è l’allontanamento del diritto dal territorio. Concordo con lo storico del diritto Irti per il quale “esiste un’originaria necessità dei luoghi nel diritto, un profondo legame terrestre con esso” (Irti). Semmai ci si dovrebbe chiedere a quali luoghi il diritto deve guardare. I referendum dell’art. 132, comma 2, Cost., mostrano inequivocabilmente l’incombenza di una crescente cedevolezza del vincolo territoriale e la necessità, sulla scia di quanto avviene a livello comunitario, di ragionare in termini di ordinamenti regionali costruiti più su spazi che su territori (Cammelli). Ed è qui che s’inserisce l’idea per l’area montana, per lo spazio montano, della Regione Dolomitica in misura e in modo diverso rispetto ai progetti di legge costituzionale precedenti. Una Regione che non è più incentrata sul territorio tradizionalmente inteso, che porta con sé una configurazione eterogenea da un punto di vista morfologico, ma, viceversa, basata su una’area in grado di rispondere meglio alle esigenze di funzionalità, anche economica, e razionalizzazione delle comunità coinvolte. Un primo passo verso un ridisegno dell’articolazione regionale che dovrebbe partire dalla Regione Dolomitica per pervenire a un riordino complessivo delle Regioni italiane. Si è discusso se questa ipotesi debba seguire oppure no il procedimento dell’art. 132, comma 1, della Costituzione. Antonio Ferrara e altri costituzionalisti hanno ritenuto che a questa norma è possibile derogare, in quanto proceduralmente complessa, in caso di riorganizzazione generale (per la quale varrebbe il procedimento di revisione della Costituzione exart. 138 Cost.) e non invece nell’ipotesi di una modifica singola e puntuale. Credo, comunque, che al di là della scelta tecnica, anche il generale riordino non possa prescindere da alcune garanzie procedimentali indicate nell’art. 132, comma 1, Cost: consultazione delle popolazioni coinvolte e procedimento che parte dal basso, dai Comuni, evitando una predeterminazione a priori di criteri da parte del legislatore costituzionale, pena, ha sostenuto qualcuno, il verificarsi di una “rottura costituzionale” per violazione di principi propri della democrazia pluralista (Ferraro). Quello che in questa sede intendo presentare, a integrazione di questa mia relazione, non è un’idea nuova, ma un modo nuovo di approcciarsi al problema della Regione Dolomitica. Già in passato, erano stati presentati a livello parlamentare progetti di legge costituzionale funzionali all’ipotesi di cui in discussione: Almirante negli anni’70, Collino nel 1997, Dussin nel 2004, Paniz nel 2008. Iniziative autorevoli, certamente, sotto il profilo politico, ma che lasciano aperte alcune perplessità per il modo con cui intendevano conferire l’autonomia alla Provincia di Belluno. Mentre il testo del senatore Collino del 1997 creava direttamente la Regione Dolomitica, coincidente con la Provincia bellunese e avente come capoluogo di Regione Belluno e capoluoghi di Provincia Belluno e Feltre, senza alcun coinvolgimento delle autonomie locali territoriali, tradendo così quelle opzioni di fondo mutuabili dall’art. 132, comma 1, Cost., i progetti Dussin del 2004 e Paniz del 2008 calavano dall’alto l’autonomia (legislativa, amministrativa e finanziaria) attribuendola alla Provincia di Belluno, senza contemplare l’istituzione di un ente regionale ad hoc. In questo secondo caso, pur non essendoci un ridisegno territoriale specifico, da un lato s’inseriva una Provincia autonoma all’interno di un contesto regionale ordinario (il Veneto) con la conseguenza di un irragionevole trattamento rispetto alle altre Province, soprattutto in assenza di criteri costituzionalmente fondati volti a giustificare un regime derogatorio di questa portata (sia pure, nel DDL Paniz, concertato con la Regione), dall’altro, specialmente con la proposta Paniz, si poneva sullo stesso piano l’autonomia delle Regioni speciali con quella che si voleva attribuire alla Provincia bellunese; semmai il riferimento avrebbe dovuto essere all’intera Regione del Veneto e non limitato alla sola realtà montana. La proposta di legge Paniz, detto diversamente, si presentava come irragionevole nella misura in cui riservava alla sola Provincia di Belluno un trattamento differenziato rispetto alle altre realtà provinciali. Si potrebbe dire la stessa cosa per le cinque Regioni speciali in rapporto con quelle ordinarie, ma, in questo caso, le motivazioni di un trattamento derogatorio erano rinvenibili aliunde(Accordo De Gasperi-Gruber del 1946, problemi di separatismo, tutela di gruppi minoritari) e non erano ravvisabili per le Regioni a Statuto ordinario al momento dell’ entrata in vigore del Testo fondamentale.
Il progetto che vi presento questa sera, invece, pur concernendo specificatamente l’area dolomitica, vuole essere un punto di partenza per un ragionamento in termini spaziali e non territoriali. Il testo intende, da un lato consentire a tutti i Comuni insediati in territori montani la possibilità di avvio della creazione della nuova Regione, non solo quindi quelli bellunesi, ma anche trentini, bolzanini, della Provincia di Sondrio e dell’area montana della Provincia di Udine, previa individuazione dei territori interessati ad opera della legge statale, dall’altro costruire il percorso istituzionale dolomitico, rispettando quelle garanzie di fondo ricavabili dall’art. 132, comma 1, della Costituzione. Il tutto, ovviamente, alla luce del favorper i territori montani di cui all’art. 44, comma 2, della Costituzione, la cui norma costituisce un criterio forte per giustificare, sul piano della coerenza della differenziazione legislativa, il DDL costituzionale di cui stiamo parlando. Come forse avrete intuito, sono distante da un modello “macroregionale” d’impronta marcatamente giacobina che propone di calare dall’alto i nuovi enti, affidandone la creazione a un atto d’imperio del legislatore costituzionale (D’Atena).
E’ ovvio che, in un contesto di questo tipo, lo spazio riservato alle autonomie locali territoriali è significativo, non un ruolo di mero decentramento, ma di attivo autogoverno responsabile. Del resto, la stessa Costituzione, promuovendo e riconoscendo le autonomie locali all’art. 5, ne considera la sfera di autodeterminazione come ontologicamente propria, ossia costitutiva dell’ente (De Martin). Pertanto, lo spazio che riserva la Carta è ampio e inserito in un contesto di pluralismo istituzionale paritario, quanto meno dopo la riforma del Titolo V avvenuta nel 2001 che ha tolto allo Stato quel ruolo dominante per divenire una delle articolazioni di cui è costituita la Repubblica (Mangiameli).
In realtà, la crisi economico finanziaria ha fatto emergere chiaramente un’esigenza politica di governo delle risorse pubbliche secondo un disegno unitario e generale, che tiene conto più della dimensione nazionale che di quella locale. In questo modo, però, viene mutato l’orizzonte di riferimento: una Repubblica delle autonomie sempre più sistema centripeto coordinato dallo Stato, sotto il controllo e la direzione dell’Unione Europea (Morrone), che inevitabilmente porta a modificare anche l’assetto dei poteri di governo territoriale. Ecco, allora, la provocazione con la quale voglio chiudere questo mio intervento: la proposta che vi ho esposto, concernente la nascita di un soggetto pienamente rappresentativo in grado di gestire il proprio sviluppo, nel quale l’autonomia è coniugata a una forte esigenza di differenziazione, quali risposte sarà in grado di fornire? Quale evoluzione sarà capace di imprimere all’articolazione dell’ordinamento repubblicano?

(*) Università degli Studi di Padova
Disegno di legge costituzionale per l’istituzione della Regione dolomitica

Dopo l’art. 132 della Costituzione è inserito il seguente:
“ART. 132 bis: “Si può, con legge costituzionale, su iniziativa dei Comuni situati in territori integralmente montani, previamente individuati dalla legge della Repubblica, che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, disporre la creazione di una nuova Regione senza tener conto del numero minimo di abitanti di cui all’art. 132, comma 1, della Costituzione.
La proposta deve essere approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.
Alla nuova Regione, istituita ai sensi dei commi precedenti, si applicano le forme e le condizioni particolari di autonomia di cui all’art. 116, comma 1, della Costituzione”.daniele-trabucco

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Times are changing’

Possiamo davvero pensare che quel che è avvenuto in Lombardia con l’elezione di Roberto Maroni al vertice della regione non riguardi il Trentino? Sarebbe
davvero una prospettiva miope. La conclamata volontà del leader leghista di procedere sulla via della «macroregione del Nord» con Piemonte e Veneto
(ma teniamo presente che anche il Friuli-Venezia Giulia si è dichiarato interessato all’operazione) pone un tema che la politica trentina farebbe
bene a mettere sotto attenta osservazione, senza bearsi del successo ottenuto alle elezioni nazionali da parte della «coalizione autonomista».
Chiunque giri un po’ per l’Italia sa che l’invidia, ed in alcuni casi il vero e proprio rigetto di un sistema che è visto come un «privilegio» inaccettabile
sono notevolmente presenti. Illudersi che tutto sia garantito da una tutela di natura «costituzionale» e anche dall’aggancio di questa con la garanzia
internazionale di cui gode lo statuto del Sudtirolo a cui il Trentino ritiene di essere automaticamente agganciato è molto pericoloso. Da un lato si
parla ormai di revisione dell’impianto costituzionale e l’attuale caotica situazione uscita dalle urne potrebbe favorire quello smantellamento che
sino ad oggi non è riuscito: il leghismo come il populismo, e in sostanza l’idea diffusa che in tempi di subbuglio sia meglio che ciascuno si tenga le sue risorse e gli altri si arrangino, sono sentimenti viscerali che stanno prendendo piede. Non si dimentichi che il modesto risultato di Monti e della sua lista è in parte non piccola
derivato dalla percezione che il suo governo fosse la riproposizione di un vecchio «statalismo» e «centralismo» che non gode mai di buona stampa
nel paese del «piove, governo ladro». Dal lato opposto non è detto che i sudtirolesi siano così entusiasti di tenere legato il Trentino alla loro
posizione peculiare che si fonda su pregiudiziali etniche che qui non esistono.

Dunque vale la pena di ragionare su come si possa tutelare un patrimonio che ha consentito a questa provincia sviluppo e coesione sociale, cioè
benessere nel senso più proprio del termine. Si tratta certo di rivedere certi schemi difficilmente sostenibili in tempi di crisi e di ripensare
una tradizione che si può difendere con successo solo rinnovandola, ma si tratta anche di prendere realisticamente nota che la realtà che ci circonda
è poco favorevole: non vanno più di moda temi come il servizio di ponte verso l’Europa che questa terra può offrire, come il modello di sviluppo
ordinato che si è realizzato, come l’esperimento riuscito, coi limiti umani si capisce, di una evoluzione che non ha distrutto le connessioni sociali
e una certa solidarietà. Alla fine il problema è, come si sarebbe detto una volta, politico. Come si potrà nell’attuale difficilissima situazione
che ci si prepara, con un paese che andrà incontro ad anni di turbolenza e di instabilità, con l’aprirsi di un confronto a tutto campo che non risparmierà
nessuno, difendere, rinnovare e sviluppare il patrimonio storico che il Trentino ha accumulato nell’ultimo mezzo secolo abbondante? La risposta
è certo complessa, ma parte, a mio giudizio, da un punto preciso: alle prossime elezioni provinciali si deve dimostrare che non solo è in campo
una classe dirigente di alta qualità e capace di includere nuove generazioni, ma che si è consapevoli che alla sua guida va messo, non un personaggio,
per quanto decoroso, che venga fuori dalle piccole battaglie dei caminetti di partito, ma una figura in grado di imporsi a livello nazionale e internazionale.

È questo il «Mister X» che la società trentina, di cui i partiti sono una parte, ma non il tutto, deve cercare. Ci vuole una personalità che conosca
al tempo stesso la complessa realtà locale, ma anche quella nazionale in ebollizione, che sappia muoversi nei meandri romani e nell’arena politica,
che abbia consapevolezza di cosa vuol dire muoversi in Europa e nel mondo e che abbia anche esperienza diretta di in quei mondi. È chiedere troppo?
Non penso proprio: è semplicemente avere coscienza di cosa ci serve per non finire stritolati nella tenaglia della ripresa del secessionismo nordista
(più o meno «mite» che possa essere) e degli egoismi che una crisi economica suscita inevitabilmente in tutta Italia negli attori istituzionali e sociali
coinvolti. Solo se il Trentino può tornare a rivendicare la capacità di essere un «laboratorio» autentico per fronteggiare la crisi globale che
attanaglia l’inizio di questo XXI secolo salverà la sua peculiarità. Non c’è molto tempo per affrontare queste tematiche e per trovare il «Mister
X» che serve (e che non si imporrà con la bacchetta magica: ci vuole un lavoro politico paziente per raggiungere lo scopo). Però se ci si mette
subito tutti con pazienza e con responsabilità al lavoro ci sono ancora le condizioni per riuscirci.

Paolo Pombeni
È professore di Scienze Politiche all’Università di Bologna e direttore dell’Istituto storico italo-germanico di Trento

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comunicazione

Nei giorni scorsi ho pubblicato dei post arrivati sul sito e mandati da una persona che ha falsificato la firma.
Passi l’uso di pseudonimi di fantasia ma usare il nome di persone esistenti è molto grave tanto che una delle persone coinvolte era intenzionato a sporgere denuncia alla Polizia Postale. Ho pregato questa persona di non farlo per evitare spiacevoli strascichi giudiziari.
non pubblicherò d’ora in poi alcun commento riferito a fatti locali.
Grazie dell’attenzione!
Buone cose a tutti!
Silvano

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Lorenzo Dellai, fondatore di Scelta Civica, é il paladino dell’Autonomia !

Idee ricostruttive
Ho pensato a questo nome perché richiama quanto scritto da Alcide Degasperi sul finire della seconda guerra mondiale, di fronte alle macerie che ricoprivano l’Italia, alla vigilia del risveglio democratico del Paese.
Non siamo per nostra fortuna nelle stesse drammatiche situazioni, ma anche in questo nostro tempo dobbiamo fare i conti con molte macerie. Abbiamo assistito ad un cedimento strutturale del Paese, sia sul piano morale e civile, sia su quello economico ed istituzionale.
Dobbiamo dunque ricostruire l’Italia. Non lo si può fare senza ” idee ” .
E neppure senza una buona politica che abbia la stima e la fiducia della comunità e che sia capace di chiamare a raccolta non solo gli interessi, ma anche i talenti di tutti e di ciascuno. E di far tornare forte, nonostante le difficoltà, il senso di appartenenza ad una ” casa comune “, come e’ stato nei passaggi più delicati della nostra storia.
Lorenzo Dellai

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I voti sono tutti utili…

Quando fu cambiata la legge elettorale “Mattarellum” con l’attuale “Porcellum” fu subito chiaro che la democrazia italiana aveva subito un colpo mortale. Ero convinto allora, e lo sono tuttora, che i partiti, tutti, hanno festeggiato nel chiuso delle segreterie, la consegna ai segretari di partito del potere di nomina dei parlamentari. Qualche partito ha fatto tentativi per rimediare al porcellum e qualcosa si é ottenuto. Meglio di niente. Personalmente sarei per un maggioratario di collegio a doppio turno. Collegi di dimensioni più piccole dell’attuale e mezzi economici per la campagna elettorale ridotti all’osso. Peccato che passano le legislature e tutto resta com’é. Nel programma Monti la riduzione dei parlamentari e degli emolumenti c’é e sono certo che anche la volontà di dare una sforbiciata ai costi della politica sia reale. Mi aspetto un buon risultato elettorale per Scelta Civica, poi resta da vedere se sto Benedetto paese si riesce a rimetterlo in pista o se vincerà ancora la conservazione.
Mercoledì prossimo vedrò Il presidente Monti a Trento, dove con Lorenzo Dellai si parlerá di montagna. Credo che l’impresa di rimettere in moto il Paese sia come quello, arduo, di scalare una montagna e il mio augurio per tutti noi che in Italia vorremmo continuare a vivere é che in queste elezioni non vincano i partiti ma l’etica, l’onore, la disciplina, il merito… Sento politici in tv che invitano al voto utile ma io credo che TUTTI i voti sono utili e che la nostra libertà comincia con il piccolo segno a croce che, con la matita copiativa, mettiamo sulla scheda elettorale. Andiamo a votare e diamo fiducia a chi ha ridato dignità ad un paese che, per colpa di governanti impresentabili, l’aveva perduta. Grazie!

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Acqua – BIM – GSP una proposta concreta !

A proposito della questione acqua BIM GSP faccio alcune considerazioni e propongo una soluzione.

Il quadro normativo attuale é questo:

Con la Legge 18/05/1989 n. 183 sono state introdotte norme dirette ad assicurare la difesa del suolo, il risanamento delle acque, la fruizione e la gestione del patrimonio idrico per gli usi di razionale sviluppo economico e sociale nonché la tutela degli aspetti ambientali a loro connessi.
Le finalità sopra descritte sono state successivamente fatte proprie dalla Legge 36/94 “Galli”, che ha profondamente innovato la normativa relativa al settore delle risorse idriche.

In primo luogo, la Legge Galli stabilisce che tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche e il consumo umano è prioritario rispetto agli altri usi, che sono ammessi quando la risorsa è sufficiente a condizione che non pregiudichino la qualità dell’acqua per il consumo umano.

La legge Galli ha innovato la disciplina di settore prevedendo, in particolare:

l’unificazione verticale dei diversi segmenti di gestione mediante l’istituzione del “Servizio Idrico Integrato” (SII) inteso come l’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione dell’acqua ad usi civili, di fognatura e depurazione delle acque reflue;
l’individuazione di “Ambiti Territoriali Ottimali” (ATO), tali da consentire adeguate dimensioni gestionali, superare la frammentazione delle gestioni locali e realizzare economie di scala con un bacino di utenza in grado di generare introiti tali da coprire i costi di gestione e gli investimenti necessari, remunerando il capitale investito;
l’istituzione di un’Autorità d’Ambito per ciascun ATO, con il compito di:
organizzare il SII;
individuare il soggetto gestore del SII (Gestore);
vigilare sull’attività di quest’ultimo;
determinare le tariffe per i servizi idrici;
l’organizzazione imprenditoriale della gestione del settore idrico, che dovrà essere improntata a criteri di efficienza, efficacia e imprenditorialità;
la definizione di un sistema tariffario basato sul principio della tariffa unica per ciascun ATO, comprensiva dei servizi di distribuzione di acqua potabile, fognatura e depurazione, tale da assicurare la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio.
L’organizzazione del SII si basa su una netta distinzione nell’attribuzione dei vari livelli di funzione. In particolare la relativa distribuzione di competenze si può schematizzare come segue:

le attività di indirizzo generale e di programmazione competono agli organi dello Stato e alle regioni;
le funzioni di governo, organizzazione e controllo competono agli enti locali riuniti in Autorità d’Ambito;
l’attività di gestione compete al Gestore del SII, sia esso pubblico o privato.

Ecco le mie considerazioni e la proposta:

Quando i Sindaci del bellunese decisero di affidare “in House” il servizio idrico integrato a una società appositamente costituita la decisione apparve condivisibile alla maggioranza degli Amministratori pubblici del bellunese. Si evitava cosi l’affidamento a una società privata tramite gara e si manteneva il completo controllo dei comuni sul servizio idrico.

L’AATO ( autorità d’ambito ottimale), organi del ATO (ambito territoriale ottimale) , composto da tutti i comuni del bellunese tranne un paio che ricadono nel ATO alto trevigiano, affidó allora alla società BIM GSP, i cui soci sono gli stessi comuni che siedono nell’ATO, la gestione del servizio idrico integrato con il compito di portare a compimento un piano di investimenti trentennale, appositamente redatto, le cui dimensioni e relativi costi, costituiscono di fatto il nodo gordiano di questa storia.

Ecco l’origine del disastro…
+Consumi idrici previsti ampiamente sovrastimati
+Difficoltà iniziali nel sistema di fatturazione
+Piano di investimenti trentennale dai costi elevati
+spese di manutenzione elevatissime per l’estensione e lo stato della rete
+gestione societaria poco attenta alla spesa
= tariffa destinata inevitabilmente a salire nel tempo visto che le spese sono per buona parte non comprimibili.

Alla luce di quanto sopra é evidente che le cose non potevano che andare a finire male e così è infatti accaduto. Oggi, dopo anni di relativo silenzio e un paio d’anni di rumore inconcludente, ci troviamo di fronte ad una voragine finanziaria che attende di essere colmata.

Il legame stretto, e il conflitto d’interessi, tra Sindaci controllori, seduti nell’AATO e assemblea ATO, e Sindaci controllati, seduti nel CDA della GSP e nell’assemblea soci della stessa società, ha prodotto il disastro che é sotto gli occhi di tutti e mina la credibilità dell’intera classe dirigente bellunese.

Ora pare che l’unica maniera di togliersi dai guai e rimettere in sesto i conti della societá evitando il fallimento, sia aumentare la tariffa del servizio idrico all’infinito facendo pagare il disastro agli ignari cittadini bellunesi che a furia di aumenti rischiano di pagare l’acqua più del prosecco.

Sappiamo tutti che l’acqua é LA RICCHEZZA del bellunese… Lecito chiedersi perché non siamo stati capaci di gestire il servizio idrico e come sia accaduto che la società a totale partecipazione pubblica BIM GSP, che doveva dare il massimo delle garanzie circa la gestione del bene acqua, sia invece prossima al default. Aggiungo che in caso di fallimento la società trascinerebbe con se moltissime imprese bellunesi e condurrebbe al dissesto molte amministrazioni comunali che vantano crediti milionari nei confronti di BIM-GSP.

I punti deboli del sistema idrico bellunese:

Un sistema idrico integrato e disposto su ambiti “ottimali”, come quello pensato dal legislatore, va benissimo per luoghi densamente popolati dove a ogni km di rete idrica corrispondono migliaia di utenze che ne sopportano il costo di gestione e manutenzione. In montagna e, come accade nel bellunese, in presenza di rete estesa e poche utenze mostra tutti i suoi limiti.

È vero che in montagna l’acqua non va pompata ne trattata con cloro perché scende naturalmente pura e giunge fresca e buona nelle nostre case, ma é vero anche che sistema fognario e depuratori, che sono indispensabili e previsti dalla legge, devono essere costruiti e mantenuti con costi altissimi, a dispetto dei quattro gatti che abitano i nostri paesi.

Chi paga tutto l’ambaradam?

Le reti che i comuni consegnarono al BIM-GSP erano, il più delle volte, molto simili al groviera per non parlare dei depuratori che moltissimi comuni non avevano mai costruito per la banale ragione che non avevano i fondi per farlo. Non parliamo dei contatori che molte comunità non avevano installato facendo pagare l’acqua a forfait. Chi non ricorda che d’estate si mettevano le angurie sotto il rubinetto dell’acqua aperto al massimo per raffreddarle ? É chi poteva mai immaginare che l’acqua sarebbe diventata un lusso?

Ad appesantire i conti del BIM GSP contribuì non poco il fatto che, una volta ceduta la propria rete alla società di gestione pubblica, i comuni fecero a gara nell’allungare la lista della spesa con lavori agli impianti che prima non si potevano permettere.
Vi fu per anni una sorta di convenzione del silenzio, per la quale moltissimi amministratori hanno la loro parte di colpa, che finì per dissanguare le casse della società. A peggiorare le cose il fatto che la gestione era affidata agli stessi che dovevano anche controllare i conti. GSP ha così accumulato debiti ( che sono in realtà crediti, spesso inesigibili) e passivi di gestione che ora costituiscono il “buco” di ottanta, novanta milioni di euro, dieci più dieci meno, perché oramai si é perso il conto, che deve essere pagato.

Prima di venire alla mia proposta é opportuno che informi i cittadini di un fatto:

l’acqua che viene prelevata dai nostri “serbatoi” (così sono definiti i nostri laghi ) va nelle reti dei consorzi irrigui per un tozzo di pane, ce la pagano € 0,006 al metro cubo ( una famiglia bellunese la paga circa 50 cent piu altrettanti per il trattamento= quasi cento volte di piú ) e i consorzi ne prelevano milioni di metri cubi anche d’inverno quando non serve all’agricoltura perché cosi la turbinano é ne fanno energia elettrica con relativi certificati bianchi e verdi. Che dire… Siamo come si usa dire, becchi e bastonati.

La mia PROPOSTA:

Propongo semplicemente, per una minima questione di giustizia, che si faccia una perequazione del costo dell’acqua per tutta la Regione del Veneto in modo che un metro cubo d’acqua costi la stessa identica cifra in tutta la regione. La tariffa così determinata dovrà comprendere una quota di compensazione per il maggior costo della distribuzione in zone di montagna o scarsamente popolate oltre ad una piccola quota per ripianare situazioni debitorie, come quella del BIM GSP, per la parte attinente i costi non comprimibili, consentendo di sanare definitivamente il bilancio della società. Se non si interviene rapidamente la vicenda BIM-GSP rischia di diventare una tragedia per le famiglie, costrette a pagare bollette insopportabili.
La perequazione a livello Veneto comporterà un minimo aumento ( quasi trascurabile) del costo dell’acqua per le famiglie di pianura e città e metterà in sicurezza i costi della distribuzione idrica in montagna. Ovvio che se avessimo l’Autonomia basterebbe far pagare l’acqua il giusto per sistemare i conti del nostro sistema idrico integrato in pochissimo tempo ma ora questo non siamo in condizione di farlo quindi non resta che puntare almeno a ripianare il disavanzo di gestione della società nel modo che ho detto.

LE RESPONSABILITÀ per quello che é accaduto:

Se dovessimo mettere idealmente “in galera” tutti i responsabili di questa tristissima vicenda dovremmo ingabbiare gran parte degli amministratori pubblici bellunesi ma sarebbe ingiusto non tener conto del fatto che, in qualche misura, essi hanno operato in buona fede e nell’intento di non provocare un aumento eccessivi della tariffa. Molti sindaci hanno visto realizzate importanti opere nel proprio comune. Opere altrimenti impossibili per l’Ente. Questo li rendeva in qualche modo succubi della società GSP. C’é una parte politica che ha maggiori responsabilità ma é accaduto che decine di Sindaci e pubblici Amministratori hanno omesso di denunciare lo stato delle cose.
Che fare? Chiedere indietro i soldi del piano di investimenti?
Sappiamo bene che non é possibile e non basterebbero decenni di processi. Nel frattempo non si saprebbe come gestire la società.

Avrete notato che non ho fatto nomi e dico subito che chi provasse a dire qualcosa per accusare o difendere questo o quel partito farebbe bene a fare due conti e scoprirebbe che le colpe sono piuttosto diffuse anche se è ovvio che chi ha maggiori e dirette responsabilità nella gestione di BIM-GSP deve essere allontanato al più presto.

Considerazioni finali

La veloce ricostruzione che ho fatto é necessariamente manchevole e conterrà anche qualche imprecisione ma nella sostanza é il racconto fedele di quanto é accaduto.
Credo che ora, piuttosto che il tempo delle,polemiche, sia venuto il momento di chiudere il capitolo BIM-GSP e non mi pare che le alternative che sono state prospettate finora siamo molte.

Invito i consiglieri regionali Bond, Toscani e Reolon, a far propria la mia proposta perché si tratta in fin dei conti di riconoscere quella specificità che é riconosciuta dallo statuto regionale.

Grazie per l’attenzione!

Silvano Martini
Candidato “Scelta civica” con Monti per l’Italia

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I soldi del Fondo Brancher sono arrivati perché si sono fatti i referendum

Agli Amministratori che si apprestano a incassare i denari del Fondo Brancher e contemporaneamente avversano lo strumento referendario, lecito e Pacifico, col quale si intende porre, in modo sempre più forte, la questione dell’Autonomia di tutto il territorio bellunese e più in generale della necessità di riconoscere con i fatti la famosa specificità del Bellunese mi sento di dire:

Medidate che se oggi potete avere, col fondo Brancher, col Fondo Letta, con i fondi per le aree di confine, qualche soldo da spendere per infrastrutture fondamentali per lo sviluppo del vostro comune, dovere ringraziare chi si é giá impegnato e si è battuto a fianco dei comitati referendari, nel proprio comune per quello stesso referendum che oggi voi avversate nel vostro paese.
Se ci fosse una giustizia e se foste intellettualmente onesti dovreste girare a quei comuni i soldi destinati al vostro. Rifiutando di fruire, senza aver mosso un dito, del lavoro altrui.

Troppo facile stare alla finestra e andare all’incasso senza batter colpo e troppo facile attendere che siano altri a guadagnare posizioni nell’eterno confronto tra la città e la montagna mentre quando i risultati arrivano allora si corre a far festa attribuendosi magari anche il merito!

É triste constatare la scarsa attenzione di molti amministratori locali verso uno strumento, il referendum, che é alla base della democrazia. Certi amministratori, che rispondono a logiche politiche nazionali invece che a quelle del territorio, dovranno prima o poi constatare che solo attraverso una azione politica determinata, forte, che dia voce ai cittadini della montagna, si può sperare di ottenere che nella prossima legislatura si provveda, finalmente, a liberare la Provincia di Belluno dall’abbraccio mortale della regione Veneto.
Regione che, senza alcuna volontà maligna, sia chiaro, ma solo,per rispondere alla grande maggioranza della sua popolazione, attua da sempre sul nostro territorio politiche contrarie all’interesse delle terre alte. I risultati si vedono…

Spero che quelli che avversano lo strumento referendario possano presto convincersi della bontà del progetto Regione Dolomiti e venire a dare una mano.

Poi ci sono i casi disperati di Amministratori che rifiutano di dare ai cittadini la possibilità di esprimersi sul proprio futuro. Questi credono che, assieme al voto, sia stata dato loro il dono dell’omniscienza e dell’infallibilità oppure, ed é il caso più disperato, appartengono alla specie degli ignavi. Per questi ahimè… non c’é rimedio…

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da Belluno press

Il Bard è una risorsa per Scelta Civica con Monti per l’Italia e per la provincia di Belluno. Giancarlo Ingrosso, coordinatore di IF Belluno e candidato nella lista montiana, avanza alcune riflessioni sulla candidatura del vicepresidente del Bard Silvano Martini
gen 20th, 2013 | By redazione | Category: Cronaca/Politica, Riflettore

Giancarlo Ingrosso civica Bortoluzzi«La presenza del vicepresidente Silvano Martini del Bard (Belluno Autonoma Regione Dolomiti) nella Lista Scelta Civica con Monti per l’Italia per la corsa alla Camera dei Deputati, insieme al sottoscritto, è una sfida di grande coraggio per la provincia di Belluno perché chiamata a coniugare le sempre più impellenti necessità del riconoscimento di una specialità, che qualche passo avanti ha fatto, con le necessità di integrare la stessa provincia con il resto del Paese e con l’Europa, senza essere relegata al ruolo di cenerentola dell’impero».

Lo afferma Giancarlo Ingrosso, coordinatore di Italia Futura della provincia di Belluno e candidato nella lista Veneto 2 di Scelta Civica.

«La sfida della costruzione di realtà locali, ovvero capaci di coniugare le istanze locali con le direttrici storico-economiche e geografiche globali è la sfida dell’epoca che stiamo vivendo – continua Ingrosso -, e Belluno non potrà certo sottrarsi a questa dimensione della sfida stessa».

Ingrosso ritiene che il messaggio del Bard, parlando di autonomia rivolta ad un’ampia regione dolomitica, sia assolutamente rispettoso dell’unità nazionale che altre forze politiche, invece, negano e combattono con un vocabolario ispirato a termini quali “secessione”.

«Il messaggio del Bard punta invece ad una valorizzazione del territorio della provincia bellunese attraverso una ristrutturazione organizzativa degli enti locali amministrativi che proprio il Governo Monti aveva già concretamente riconosciuto con un provvedimento legislativo che, di fatto, aveva sancito proprio la specialità della provincia di Belluno, così come quella di Sondrio, escludendole entrambe dagli accorpamenti – spiega Ingrosso -. Il tutto con l’illuminata regia, tra gli altri, di un amministratore tra i più capaci e raffinati e sensibile uomo politico in circolazione, quale Lorenzo Dellai. Solo l’inopinata condotta del Parlamento ha poi impedito il compimento delle scelte che Monti aveva attuato. E questo, va detto, in spregio della condotta anche degli stessi parlamentari bellunesi che avevano trovato un raro momento di condivisione politica al di là delle diverse appartenenze partitiche!».

«D’altronde i grandi schieramenti parlamentari, tanto di destra che di sinistra, avevano troppi orticelli (leggi Presidenti e Giunte amiche) da difendere e non scontentare in prossimità delle elezioni e non potevano certo pensare agli interessi del Paese e dei cittadini – conclude Ingrosso -. Ci riproveremo noi, con la prossima legislatura che – sono certo – sarà “costituente”!».

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da “L’Adige” del 15 gennaio

adige
15 Gennaio 2013
Autonomista bellunese in lista
proposto da Dellai
Un autonomista bellunese sostenuto dall’ex governatore trentino Lorenzo Dellai è candidato per la lista Monti alla Camera dei deputati nel collegio Veneto 2. Si tratta di Silvano Martini, esponente del movimento Belluno autonoma Regione Dolomiti, il cui nome sarebbe stato suggerito al premier proprio da Dellai, che negli ultimi tempi ha stretto rapporti con i principali protagonisti della battaglia bellunese per ottenere una forma di autogoverno per la montagna.
Lo stesso Dellai, nei mesi scorsi, si era adoperato informalmente ma anche con prese di posizione ufficiali, affinché la Provincia a statuto ordinario di Belluno non finisse fra quelle da cancellare e accorpare (in questo caso con Treviso) Contro l’ipotesi di finire con la Provincia di Treviso c’era stata un forte mobilitazione in autunno, culminata in una manifestazione nel centro del capoluogo dolomitico, il 24 ottobre, per chiedere il mantenimento dell’ente provinciale e il suo potenziamento in ottica autonomistica. Alla manifestazione, cui parteciparono oltre 4 mila persone giunte da tutte le vallate bellunesi, partecipò sul palco anche il vescovo, mons. Giuseppe Andrich, che lanciò un appello a favore dell’autogoverno di questo territorio montano.
Alla fine il governo stralciò dall’elenco delle Province da accorpare le uniche due interamente montane ma non a statuto speciale: Belluno e Sondrio, entrambe confinanti con il Trentino.
Il movimento Bard di Silvano Martini propone un processo per attivare all’autonomia della provincia bellunese: attraverso una sua aggregazione al Trentino Alto Adige come terza area delle Dolomiti oppure mediante l’attribuzione di uno status diverso che in ogni caso assicuri l’autogovenro a questa zona alle rpese con molte problematiche, dalla disoccupazione crescente allo spopolamento delle terre alte.
La Regione del Veneto, sulla scia delle pressioni bellunesi, un anno fa approvò nel nuovo Statuto le norme che riconoscono la specificità montana di Belluno e le attribuiscono una sorta di autonomia con la cessione delle competenze su diverse materie. Ma questa norma finora è rimasta sulla carta.
adige

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